Rotondella: Trisaia in sicurezza- Via al «sarcofago» per i rifiuti radioattivi

ROTONDELLA
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 I dipendenti ce la mettono tutta ad essere gentili.

Qui, davanti ai cancelli della Trisaia, così come al telefono da Roma, ma il cancello dal quale si entra nel Centro ricerche dell’Enea e dove ha sede il vecchio impianto nucleare dell’Itrec, resta sbarrato ai giornalisti. Soprattutto a quelli che non rispettano le regole. Sia chiaro, non c’è proprio un muro di sbarramento, ma qui si entra solo dopo previa autorizzazione, solo dopo aver rispettato alla lettera la «procedura». Sì, la parola chiave è sempre la stessa, «procedura». Una parola buona per tutte le occasioni. Anche nel giorno in cui ce ne sarebbe meno bisogno. E sì, perché da ieri la Sogin spa, la società a totale capitale pubblico costituita per mettere in sicurezza i siti nucleari italiani, ha finalmente l’autorizzazione a costruire il cosiddetto «sarcofago» che sigillerà i rifiuti che qui sono stati prodotti dal 1975 al 1978 (vedi articolo pubblicato qui a fianco) e che finora sono stati conservati, in condizioni di non totale sicurezza, in quella che è stata chiamata «fossa irreversibile». 

Sulla carta, si tratta di una notizia di grande interesse pubblico. E non solo per le popolazioni di Rotondella, Nova Siri e Policoro (solo per citare i centri più vicini alla Trisaia). Qui, in quella che di fatto resta una «polveriera», come la chiama il sindaco di Nova Siri, Giuseppe Santarcangelo, si è ancora ben lontani dall’obiettivo prefissato, ovvero il ripristino «a prato verde» dell’intera area. Ma proprio per questo, il fatto che si possa cominciare a lavorare per far sì che nel 2026 sia raggiunto l’obiettivo, è una notizia di grande rilevanza. Peccato, però, che si debba aspettare almeno una settimana (questo è il tempo minimo che ci è stato indicato dall’uf ficio stampa della Sogin) per vedere da vicino lo stato dei luoghi. 

Per capire dai dirigenti attuali dell’Itrec, a cominciare dal direttore, ing. Edoardo Petagna, in che cosa consisteranno i lavori appena autorizzati dal Comune di Rotondella. Gli stessi dirigenti, ovvero la stessa Sogin spa, dovrebbero poi spiegare come e attraverso quale progetto intendono completare la messa in sicurezza dell’in – tero impianto. Progetto complessivo sul quale, nel mese scorso, la Regione Basilicata ha presentato una serie di osservazioni. E sì, perché, come si diceva, qui il concetto di «rifiuto nucleare» riguarda tutto, persino i manufatti nei quali ha sede il Centro dell’Enea, a cominciare dall’Itrec. Per non parlare delle famose 64 barre che qui negli anni Settanta arrivarono dagli Stati Uniti per essere in qualche modo «ricaricate». Per non parlare del liquido nel quale queste stesse barre si trovano da anni e che rappresenta uno dei punti più critici dell’intera operazione di messa in sicurezza, non foss’altro che per una ragione. Il riprocessamento di quelle barre avvenne attraverso l’utilizzo di un combustibile (l’uranio torio) assai poco diffuso e sul quale «non c’è molta esperienza in giro per il mondo», come dice alla Gazzetta uno che se ne intende, il chimico industriale Donato Viggiano, l’uomo che forse più di tutti in Basilicata (e non solo) conosce la Trisaia di Rotondella: è stato direttore del Centro Enea e attualmente è Direttore del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata. Ce n’è abbastanza per stare con tanto d’occhi aperti, anzi apertissimi. Ce n’è abbastanza per diffidare di quanti negli anni si sono esercitati nelle più varie operazioni (la cronistoria che pubblichiamo qui a fianco è esemplare). Anche perché a pochi chilometri da qui, a Scanzano Jonico, nove anni fa la stessa Sogin spa in una notte pensò di trasferire e stoccare in una enorme miniera di salgemma (in località Terzo Cavone) tutte le scorie nucleari italiane. 

Quella battaglia (vinta) qui non se la dimentica nessuno. E non solo gli ambientalisti di «Noscorie Trisaia» e della «Ola». A non dimenticarselo è lo stesso ex direttore del Centro ricerche dell’Enea, il già citato Donato Viggiano, che oggi, sempre alla Gazzetta, ne parla come di una «gigantesca sciocchezza», Ma adesso come allora, alla parola chiave («procedura») usata per sbarrare i cancelli della Trisaia, se ne contrappone da più parti un’altra, del tutto alternativa. La parola è «trasparenza». Una parola che in questi anni (e ancora adesso) è stata persino abusata. Soprattutto, si è parlato di «tavolo della trasparenza». «Peccato che non si riunisca da più di un anno e mezzo», come fa sapere Felice Santarcangelo di «Noscorie Trisaia». 

Ma l’elenco delle mancanze, nonostante l’ottimismo e i buoni propositi del sindaco di Rotondella, Enzo Francomano(ha messo in azione anche le api per dimostrare che il territorio intorno alla Trisaia non è contaminato), è ben più vasto. Ad esempio, qui come negli altri siti nucleari italiani, il monitoraggio all’inter no dell’impianto è di stretta pertinenza dell’Ispra, ovvero di un istituto dello Stato. Qui, in barba al federalismo, l’Agenzia regionale per l’ambiente, l’Arpab, resta fuori dai cancelli. O meglio, deve chiedere il permesso. Come i giornalisti.

Articolo tratto da :http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=532526&IDCategoria=1

Il coraggioso ed in gamba giornalista che ha realizzato l’articolo è:  STEFANO BOCCARDI, a cui vanno le nostre congratulazioni per un articolo ben fatto ed un ringraziamento sentito  per averci fatto capire ,un po’ di più, cosa abbiamo a pochi km da noi!!

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